Carcare, nel 1591, fu venduta alla Corona di
Spagna. Sotto questa dominazione, precisamente nel 1621, lo spagnolo
Giuseppe Calasanzio fondò qui le Scuole Pie che, per i programmi
pedagogici e i fini, rappresentavano in Italia una vera rivoluzione,
dal momento che si contrapponevano alle consuetudini più
diffuse e alle strutture sociali più radicate del tempo.
Questa scuola ha rappresentato per Carcare un
punto fondamentale sia per il rilievo che aveva di per se stessa,
sia perché ha assolto una precisa funzione storica che superò
il ristretto ambito locale, ma soprattutto perché ha portato
incisive modificazioni al tessuto sociale ed economico del paese.
I caratteri erano quelli di scuola popolare: fu primaria, elementare,
ma contrapponendosi alle poche scuole allora esistenti, che miravano
solo a insegnare a leggere, comprendeva l’insegnamento di
più materie, anche della musica. I ragazzi venivano avviati
ad un mestiere, vigevano orari stabiliti e programmi determinati
e gli insegnanti si servivano di quadri murali, di libri di testo
chiari e semplici e – cosa notevole – della lingua volgare.
Fu gratuita (soltanto in seguito fu aperta anche ai ricchi) e –
altro punto da sottolineare – vi si accoglievano “tutti”
(bambini di ogni religione e di ogni classe sociale).
Nei secoli, grandi ed importanti studiosi delle
maggiori discipline hanno soggiornato e si sono formati in questa
scuola (e nel 1900 anche il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi).
Nel settembre del 1846, mentre era Rettore il
Garassini, si rifugiò nel Collegio di Carcare Goffredo Mameli,
che pare dovesse sfuggire alle ricerche della polizia genovese per
un fatto di sangue in cui sembrava implicato.
Ci sono più lettere che provano il suo
soggiorno e la tradizione popolare tramanda che l’inno “Fratelli
D’Italia” sia stato scritto proprio a Carcare e che
il padre Antonio Canata, insegnante di letteratura italiana, non
solo l’abbia riveduto, ma abbia anche aggiunto la strofa “Uniamoci,
amiamoci…”.
Non a caso questo territorio ha dato tanti seguaci
alle schiere garibaldine, il più noto tra tutti è
stato Giuseppe Cesare Abba che ha scritto “Da Quarto al Volturno,
noterelle d’uno dei Mille”.