Francesco Vichi

Francesco Vichi - La Colombiade

FRANCESCO VICHI


"LA COLOMBIADE"

Edizioni Tigullio-Bacherontius
S. Margherita Ligure - 1992

pagg. 108

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LA COLOMBIADE, ovvero la “Savoneide”, è il poema di Savona, la Divina Commedia dei Savonesi. Infatti esso è diviso in “canti” e rappresenta un Inferno ricco di personaggi Savonesi del passato che incontrano l'autore. Il libro è scritto in uno stile antico e pittoresco, che non è mai pedante o ricercato, ma scorrevole e vivace, pieno di episodi comici ed esilaranti, infìorato di termini tratti dal linguaggio quotidiano e da altri volutamente aulici e grotteschi.
Il tema costante dell'opera è la città di Savona, i suoi fasti passati, la sua decadenza dovuta alla conquista genovese, la sua rinascita e le problematiche attuali come la degradazione ambientale e la decadenza della politica.
Ciò è evidente soprattutto nella parte centrale (canti Ottavo e Nono), dove si trova il nocciolo del poema, rivelando l'interesse ambientale più che morale dell'autore, anche se le due tematiche spesso sono legate (condanna dei cacciatori, degli speculatori edili...); qui sono inseriti circa 200 versi in dialetto savonese, comprendenti alcuni vocaboli oggi disusati.

Originale il peccato della Verofìlia, ossia l'amore per il vero, che ha sempre causato guai a chi se ne è macchiato (chiaramente qui traspare l'ironia dell'autore). Ironica è anche la collocazione degli Sconsacrati, cioè chi fu sepolto in terreno sconsacrato, perché tiepido in materia di religione (Chiabrera).
Colombo non è un condannato, ma continua dopo la morte a scorrazzare con le sue caravelle e i suoi marinai per i regni dell'oltretomba, interrogando l'autore sulla Savona di oggi.
Infatti, per campanilismo, l’autore accoglie l'ipotesi, sorta sul finire dell'800, che anche Savona abbia potuto essere la patria di Colombo, considerati i soggiorni documentati che lo Scopritore ha compiuto nella città.
Concludendo sullo stile, vi sono molte assonanze, onomatopeie, e certi versi sono autentici scioglilingua; l'inizio dei primi otto canti rimanda ai corrispondenti otto canti dell'inferno dantesco.
La professoressa Gabriella Zurli Orioli, durante la presentazione del libro il 2 aprile 1999 nella Sala Consiliare del Comune di Vado Ligure ha fatto i seguenti paragoni con i personaggi del poema dantesco:

Colombo è paragonato a Ulisse perché osò, e ancora osa nell'oltretomba, sfìdare l'ignoto (di vele fece ali allo stran volo);
Pietro Sbarbaro a Farinata degli Uberti, per la fierezza e la sdegnosa coerenza al suo ideale di giustizia;
Chiabrera a Cacciaguida, perché fa una profezia sull'arte del faturo, che si risolleverà dall'attuale decadenza, come espressione del "Medioevo Tecnologico", imbarbarimento ad altissima tecnologia che secondo l’autore caratterizza l’epoca attuale.

La Colombiade ha ottenuto la Segnalazione di Merito al Concorso "Città di Savona 1992" ed è stata presentata con successo all'Expò '92 di Genova; è catalogata tra i volumi di cultura locale presso la Biblioteca Civica "Barrili" di Savona e nella Biblioteca della Società "A Campanassa".
Inoltre ha partecipato alla rassegna "Libri di Liguria " di Peagna (SV) nell'agosto 1992.
Troviamo una interessante recensione sul quotidiano "La Stampa"

Un ulteriore recensione è visibile qui

Riportiamo ora alcuni stralci dell'opera tra i più significativi:

Colombo dice all'Autore, dopo che questi lo ha aggiornato sulla diffìcile situazione ambientale della Liguria e della sua città:

"Anche se ti m'ae cuntou questu
gratu te sun che ti ae quetou mae quae
ma mi, cumme ti vediae, du restu,
sun menu ammagunou che ti nu ti ae,

...........................................................

Sacci, che ti u saviae, incumensandu
Che l’ommu sempre piggia dau passou
Quellu cu ghe interessa, la nu fandu
A questu caxu sulu u ma o u ben,
ma u segundu ciù vuentea pigiando

che "laudator temporis acti" u l'è.
Regordite: "Nihil novum est sub sole"
Anche se ancun nu veddu a teu etae

Tante n'ho viste e l'ean veie parolle.
Ma cose ancun ciù serte te diò,
che i danni aa bellessa da sittae

e au ben vive di sittadin seu
daa seu impurtansa sun staeti causae
sempre in ta stoia, dai tempi che Zena

ghe impiva u portu cou zettu de cae
perché l'ea regaggia cìù de na zuena,
quando du nostru dommu a fava pue

e du Priama pe dane ingiusta penn-a
cun tutte e gexe e e cae drentu e seu mue"

...................................................................
La parte in dialetto savonese è tradotta alla fine del volume.

Colombo continua ancora:

"Quando
andai di là di soglia dell'ignoto
oltre le Spagne, servile e pur dando

sfogo al desio d'andar fuori dal noto
di tra le due colonne del gigante

di tra i due emisferi, verso il Loto

dietro al miraggio di novità tante
che non vedemmo (altre vedemmo noi)
che Marco Polo avea viste al Levante

non certo immaginava io che poi
anche dopo dal mondo mia partita
stato sarei vagante come voi

per i regni su e giù dell'oltrevita"

Colombo si offre poi di traghettare, come il Gerione dantesco, l’Autore nel basso “inferno e vero”, “giù veleggiando nell'immenso vuoto”, lo invita a salire su una delle caravelle e incontra i grandi navigatori liguri e savonesi, da Leon Pancaldo a Anton da Noli, da Caboto ai fratelli Vivaldi in una sorta di apoteosi, complice il miracolo del sole e della brezza marina, che manda quasi in estasi lo Scopritore; il particolare della mancanza dei tonfi sull'acqua lo richiama però alla realtà.

Il primo canto è allegorico: l'autore si trova perso in un bosco bruciato (selva nera) che simboleggia il degrado ambientale della Liguria sotto le spinte del materialismo e della speculazione. Gli si presentano tre fiere simbolo dell'omologazione nella società massificata, del materialismo e dell'ignoranza che gli impediscono di salire sul colle dell arte.
Appare Omero che rappresenta l'arte e la poesia; esse sono la via della salvezza da un mondo materialistico mosso da spinte speculative e clientelari.

"ma senti bene ciò che il fato volle
(dice Omero all'autore)
Tu non sai forse dove stai errando
e qual destin t'appresti ad adempire,
l'ambiente quella via ti sta negando

sol altra via rimane da seguire:
con la poesia fuggir l'arido vero,
il luogo e il tempo tuo convien fuggire.

Perciò dovrai veder l'inferno intero,
ma non temer, ti sarò guida io,
son la poesia, infatti sono Omero".

Altro punto cruciale del poema è rappresentato dalla profezia del Chiabrera sull'arte del futuro, che lo induce a descrivere le caratteristiche dell'epoca moderna.

“Sol mira il tempo dal qual vieni tu
d'opera d'arte a funzionalità
segno di razional mentalità
e d’una industriale civiltà
Inoltre avendo essa deturpato
anche per material necessità

Molta bellezza del Creato,
coprendolo di industrie, case, chiasso
e in buona parte avendolo inquinato

distrutto tanto verde per dar passo
alle moderne brutte architetture,
cader fa ad un livello tanto basso

il vostro senso estetico che solo
disfar sapete il bello, ma non fare”

La Colombiade è composta di 2644 versi endecasillabi suddivisi in terzina a rima per lo più incatenata, la stessa metrica della Divina Commedia.

 

 


Chi è Francesco Vichi

Francesco Vichi è nato a Savona nel 1955.

Diplomato in Pianoforte al Conservatorio svolge attività musicale e didattica.
In campo letterario è risultato finalista in concorsi e sue composizioni poetiche, nonché alcuni saggi letterari sono inclusi in antologie a diffusione nazionale.
Oltre “La Colombiade”, ha pubblicato alcuni scritti inediti di Pietro Sbarbaro a cura dell’Editrice Liguria.

Sono in preparazione i volumi:
“Il triangolo delle Bermuda”, “Aforismi”, “Suor Candida”.