Amedeo Gaiezza

Ortoepia italiana

Amedeo Gaiezza

“Elegia del respiro"

Prefazione del prof. Giannino Balbis

Ed. MAGEMA, Carcare (SV),
ottobre 2006

Codice ISBN 978-88-89169-14-8

pagg. 160

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dalla prefazione del prof. Giannino Balbis: Se questa è la vita

La chiave dell’Elegia del respiro di Amedeo Gaiezza si nasconde forse nell’originalità della sua architettura formale: nella mescolanza dei generi, che ne costituisce il tratto stilistico più macroscopico, e nell’ingegneria del disegno paratestuale, che ne è supporto ed espressione. La contaminazione di prosa, poesia e teatro è di immediata evidenza, rivelata, ancor prima che inizi la lettura, dal continuo variare della disposizione del testo sulla pagina; si deve andare più a fondo, invece, per cogliere le tracce di ulteriori modelli espressivi, di ambito musicale, cinematografico, televisivo. L’opera ostenta, in qualche modo, un’identità proteiforme, metamorfica e instabile, come a rigettare ogni facile complicità da parte dei fruitori, che, al contrario, si sentono provocati, spiazzati, sollecitati a reagire criticamente. Il paratesto rispecchia la complessità del progetto costruttivo. L’opera è divisa in quattro parti, che l’autore chiama Quadranti, suggellate da una ballata finale (Ballata della morte) definita Quadratura. Già i nomi di queste cornici esterne sono significativi: il Quadrante evoca strumenti di misura dello spazio e del tempo (orologi, bussole, antichi strumenti di osservazione astronomica), mentre la Quadratura allude ad un calcolo conclusivo (arduo, se non impossibile, quando si tratti della ben nota quadratura del cerchio). È chiaro, allora, che sono in gioco il tempo e la sua coscienza, in quella loro speciale sintesi che si chiama esistenza umana, con tutto il corredo dei possibili significati annessi e connessi. Ogni Quadrante, a sua volta, è fatto di una serie non casuale di contenitori interni; si apre con una Canzone e si snoda poi in cinque sezioni ripetute per tre volte: un soliloquio in prosa (E poi?, …perché no, Però, È tardi), una scena dialogata (Atto I, Atto II, Atto III, in forma di vero e proprio copione teatrale, con tanto di didascalia iniziale), un Oracolo in versi (I, II, III, con andamento di ballata), un Epilogo (I, II, III) di nuovo in prosa e in forma di soliloquio, e infine una Morale (I, II, III, IV) dove prosa, dialoghi e versi si alternano a mo’ di riassunto conclusivo.

Perché questo pastiche di generi e questa raffinata geometria paratestuale? La risposta è implicita – mi pare – nel tessuto tematico dell’opera, tutt’altro che lineare (tra flashback, prolessi e salti di focalizzazione) e tuttavia dotato di un filo conduttore che, per dirla in breve, fa emergere la trama di un itinerario esistenziale (nascita > giovinezza > vecchiaia > morte), sottolineato per altro dalla catena delle canzoni introduttive: Canzone dell’embrione, Canzone del giovane Dio, Canzone del vecchio Re e Canzone delle quattro ossa. L’impalcatura fabulistica, insomma, è data dalla storia di un’esistenza, in parte autobiografica e in parte idealmente esemplare: dalla nascita alla morte, anzi, dalla ballata dell’embrione che si affaccia alla vita (con l’iniziale Canzone dell’embrione) al trionfo della morte che tutto riconsegna al nulla (nella finale Ballata della morte). È da osservare come la Canzone dell’embrione richiami e ribalti il Coro di morti del leopardiano Dialogo di Federico Ruysch: se le mummie di Ruysch-Leopardi parlano dall’oltre-vita, gli embrioni di Gaiezza galleggiano in uno stato pre-esistenziale, ma entrambi per proclamare l’illusoria consistenza della vita nell’accezione umana di individualità cosciente e vanamente protesa alla felicità. Elegia del respiro racconta-rappresenta l’esistenza per tappe principali e in dimensione di quotidianità (registro costante di personaggi ed eventi), immergendola ed estraendola continuamente nelle/dalle coordinate sociali, politiche, economiche, culturali della contemporaneità; soprattutto rivivendola dall’interno delle sue sofferenze o, per meglio dire, dallo stato di sofferta tensione creato dalla rincorsa al senso che, comunque, giorno per giorno, le deve essere attribuito, per quella sorta di necessità strutturale che è propria dell’uomo in quanto tale.

Le forti sottolineature paratestuali e l’appello a tutte le risorse dei generi letterari (e non solo) rappresentano, a mio parere, proprio questo bisogno irrinunciabile di significazione dell’esistenza e del reale, che per l’autore evidentemente non hanno essenza propria né orientamento e finalizzazione predeterminabili. Così gli schemi formali, stilistici e paratestuali, provano a mettere la mordacchia e a dar ricovero alle nevrosi della nostra società, agli spaesamenti del nostro mondo, in particolare alla crisi apparentemente senza ritorno del modello familiare con conseguente deriva tragica di ogni scontro generazionale, all’orrore del presente e del futuro cui nessuna ideologia ormai sembra capace di ovviare. Dove non arrivano più i modelli tradizionali di pensiero vengono chiamati a supplire i modelli formali della letteratura e, nel silenzio tragico dei rapporti sociali reali, la sola e disperata ancora di salvezza può apparire la funzionalità tecnica dei meccanismi comunicativi del villaggio globale. Perché devono essere concessi comunque un luogo e una figura al bisogno estremo di chiarezza e organicità. È un gioco che più volte si ripete nella storia letteraria: Petrarca appende i propri frammenti lirici ai giorni del calendario per ancorarli ad una misura da tutti condivisa; Boccaccio ricrea nel suo giardino di racconti le regole di una società disintegrata dalla peste; ed è ancora il gioco di Joyce, che pone la Commedia di Dante nella filigrana dei Dubliners e l’Odissea in quella dell’Ulysses, e di molti, moltissimi altri autori.

Ma non sono questi, comunque, i riferimenti letterari di Gaiezza. Semmai sembrano leggibili nella sua opera sottili tracce del Villon della Ballade des pendus o del Kundera dell’Insostenibile leggerezza dell’essere o del Bergman delle Scene da un matrimonio, con inserzioni di cantautori contemporanei (anche di qualche rapper) e perfino – forse in chiave parodica – di situazioni e meccanismi da reality o di effetti da realtà virtuale. Ma il vero, primo ed essenziale modello è nella realtà, non nella letteratura o nei caleidoscopi mass-mediatici. È semplicemente – si fa per dire – nella vita d’ogni giorno di ognuno di noi, qui e ora, in questo mondo e in questa società, con le loro infinite contraddizioni, tra le macerie dei loro schemi rotti e di difficilissima riparazione o sostituzione, e dall’interno di quel miracolo perenne che è comunque, anche nella più ardua condizione, l’esistenza individuale, che non può e non deve mai rinunciare ad un proprio senso e ad un proprio fine. Perché così è la vita, la nostra elegia del respiro appunto, se questa è la vita che oggi dobbiamo vivere.

 

Chi è Amedeo Gaiezza

 

Dicono che io sia polemico. Troppo polemico. Ma lo dicono loro. Sono nato nel 1972, e non sono più nè troppo giovane, nè ancora molto vecchio per potervi dire chi e come io sia poi davvero. Forse, come tutti quanti, sono solo una proiezione di un opinione che ognuno si crea, talora senza alcuna ragione. Vivo a Cengio, cairese di origine, poco ligure e molto italiano. E amo il teatro. E la storia. E faccio il geologo. Ma, forse, tutto ciò non conta nulla, perché ad essere quello che si vuole non c’è mai tempo. Mentre si è, invece, o purtroppo, sempre quello che si può. Se si può….

 

 

Chi è Giannino Balbis

 
Laureato in Lettere e in Storia, assistente presso la cattedra di Storia Medievale dell'Università di Genova e ricercatore universitario tra il 1972 e il 1981, docente di Liceo Classico a Carcare (SV) dal 1981 al 2005, docente alla SSIS di Genova dal 2002 al 2005.
A partire dagli anni '80 è impegnato in svariate attività di promozione culturale; diviene direttore di numerose collane di studi, didattica e poesia; è stato critico ufficiale di manifestazioni di arti visive tra il '98 e il 2003; è membro di giurie di numerosi concorsi letterari ed artistici; ideatore e organizzatore di convegni letterari, conferenziere di storia, letteratura, arte, poesia in varie parti d'Italia. È inoltre consulente editoriale, ideatore e autore di testi scolastici per le Case editrici Minerva Italica, Atlas, Zaccagnino.
Ha pubblicato oltre quattrocento fra volumi, saggi, articoli, recensioni (di storia, letteratura, poesia, critica d'arte e letteraria) e testi scolastici, e sedici raccolte poetiche.
Con Giorgio Bárberi Squarotti e Giangiacomo Amoretti è fondatore del movimento poetico "003 e oltre", che ha ideato la collana di poesia Altro Parnaso e la Scuola di scrittura creativa Scribendo di Genova.