Luciano Pinna

Storie, fatti e racconti

Luciano Pinna

Storie, fatti e racconti
curiosità, gioco, fantasie sull'hockey e il suo mondo

Ed. MAGEMA, Carcare (SV),
gennaio 2005

ISBN 88-89169-06-0

pagg. 208

€ 15,00 + spese di spedizione

Per altre informazioni sull'Hockey:
Savona Hockey Club

Federazione Italiana Hockey

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Gli articoli, i racconti, i fatti esposti coprono un arco temporale di dieci anni o poco pił. I primi risalgono al 1991, di poco posteriori alla pubblicazione del libello "Quei du Baccu" sulla storia romanzata del Savona Hockey Club.
Proprio il successo che tale libretto ottenne presso presso l'allora Segretario Generale della F.I.H. dott. Cipriano Zino mi indusse a scrivere ancora di hockey nelle forme che approdavano alla mia mente senza che io potessi porre ad essi contenimento e freno. Dopo aver ponderato a lungo sulla registrazione dei singoli scritti, ho optato per conservare l'ordine alfabetico, indicando, ove possibile, la data della stesura.

*****

Dal testo: UN SALUTO IMPORTANTE

Sono sicuro che se chiedeste a chiunque sa di hockey prato (quindi poche anime a meno di non trovare un praticante o un suo consanguineo) qual è la cosa più peculiarmente peculiare in questo sport, mettereste il povero tapino in serie ambasce.

Dapprima prenderebbe tempo, fingendo di pensarci su, poi farfuglierebbe la prima cosa che si trovasse a galleggiare nel suo vuoto mentale, spaventosamente grande e secondo a nessuno dei vuoti mentali creati nella storia del pensiero umano.

Sono parimenti certo che in una scala da uno a dieci la possibilità che questi risponda: “Il saluto!” è ridotta a uno e sono ottimista.

Ma è d’uopo che io spieghi o almeno ci provi ciò che intendo.

E’ tradizione che, una volta entrate sul terreno di gioco, le squadre non possano più uscirne e che entrambe e gli arbitri si allineino al centro del campo per esporsi al pubblico ludibrio. La cosa succede in molti altri sport ed è entrata talmente nell’uso comune e nella coscienza collettiva che non ci si fa più caso. D’altronde una simile abitudine esisteva già presso gli antichi Romani con l’atto di sottomissione che i gladiatori rivolgevano al pubblico e all’imperatore. E’ ben vero che questi proto-atleti si sottomettevano al loro affezionato pubblico anche alla fine della loro esibizione, talvolta per ricevere da supporter sbraitanti una celere condanna a morte. Grazie a Dio questa poco sportiva e decoubertiana consuetudine è caduta in disuso nei tempi seguenti, altrimenti vi lascio immaginare quanti caduti sul luminoso sentiero dello sport mondiale.

Ma per tornare al saluto: nell’hockey esiste una forma più raffinata di presentazione al pubblico e consiste appunto nel tributare sotto le forme più disparate, una rispettosa (ma non sempre) salutazione alla squadra avversaria. E’ senz’altro una consuetudine simpatica e nobile che trova ragion d’essere pure nel rugby. Qui, il saluto più importante è di commiato, a conclusione della prestazione sportiva con la squadra vincitrice, schierata all’uscita del campo, che rende onore ai vinti (ma la cosa si può parimente leggere come: non solo vi abbiamo suonato come tamburi, ma vi prendiamo altresì per i fondelli) e prelude al saluto vero e proprio che avverrà davanti ad abbondanti libagioni, lontano da occhi pubblici ed indiscreti. Anche noi come il rugby (sport che reputo più di ogni altro splendida metafora di vita sportiva, strumento per la formazione del carattere di un individuo) abbiamo un duplice saluto che, alla fine dell’incontro, si ripete il tributo e l’omaggio all’avversario, magari meno convinto e veemente se la sorte non ci ha gratificato con un esito positivo della contesa.

La tradizione vuole che ci si rivolga agli avversari secondo una ben precisa liturgia di approccio: il capitano, fatto un passo avanti dallo schieramento dei compagni, dice: “Per … - segue il nome della squadra avversaria – hip hip … ” e tutti insieme, con voce possente e ben impostata “hurrah!” Il tutto ripetuto tre volte (salvo in Liguria, dove anche gridare ha un suo costo) ed accompagnato dal sollevamento simultaneo dei bastoni verso l’aere terso o i cirri minacciosi. A sua volta la squadra avversaria restituirà la cortesia, cercando di superare in potenza e vocalizzi i primi oppure limitandosi ad un saluto affettato o di prammatica per risparmiare energie in vista dell’incontro imminente.

Sia come sia, cioè così, in questo modo tutti hanno salutato tutti , ciascuno ha inteso e risposto e si possono finalmente iniziare le ostilità, alla faccia di cortesie e buone maniere.
La fantasia e la creatività di certi capitani e manager si è realizzata (che cosa mirabile è l’uomo, oddio anche la donna a ben vedere, anzi …) in molteplici e variopinti saluti. Possiamo affermare alla luce dei fatti e all’ombra dei detti: 1) che ciascuna squadra possiede il proprio saluto personalizzato e 2) che sono pochissime le squadre senza fantasia e inventiva, adottanti il classico e vecchio “hip, hip, hurràh!”

Sembra, ma non ci metterei la mano sul fuoco (insomma, non sono scemo fino a questo punto e se il fuoco vi piace la mano mettetecela voi) che diversi club abbiano dedicato la prima parte della preparazione a inventare un nuovo saluto e inno societario, nonché a provarlo con severa perseveranza alla ricerca di un’esecuzione ottimale.

“Allora, com’è andato quest’anno il campionato?”
“Beh, sai … siamo retrocessi ma – balenio di orgoglio nello sguardo – come salutavamo noi non salutava nessuno. Dovresti sentirci, anzi perché non organizziamo una bella amichevole uno dei prossimi giorni?”.
Ricordo come fosse ieri (magari!) una squadra piemontese la quale aveva adottato un saluto mediato dal Festival Rock di Woodstock e che diceva pressappoco:

“Gimmi en ef!”   e tutti “Ef!”
“Gemmei e iu!”            “Iu!”
“Gimmi e si!”               “Si
“Gimmi e kei!”             “Kei!”

fino all’esplosione finale: “Fuck Off!”

Un bel salutino, non c’è che dire e quindi nessuno dica nulla. Piaceva molto a un mio vecchio compagno di squadra. L’energumeno stava compiendo studi di lingua francese,ma ciò nonostante era attratto dalla musicalità delle parole e fluidità dell’esecuzione corale. Non ho mai avuto il coraggio di confessargli che in pratica quei cari signori ci invitavano cordialmente ad andare a farci fottere ché, venutolo a sapere, ne avrebbe mandato qualcuno al pronto soccorso senza neppure declamare il nostro di saluto. Senza contare che adesso avrà qualcosa di bello da narrare ai suoi figli sull’hockey, sperando che essi abbiano seguito la tradizione paterna negli studi linguistici.

Uno dei miei primi capitani era particolarmente affezionato al saluto d’inizio e pretendeva che tutti dessimo il massimo in quella occasione. Persona squisita e cordiale, non si accontentava di un saluto affrettato, ma era solito intrattenersi a scambiare numeri di telefono e inviti per un rinfresco o un aperitivo. Non vi dico gli arbitri, persone riservate dei quali pretendeva di conoscere vita, morte e miracoli (soprattutto miracoli, si sa gli arbitri sono persone particolarmente miracolose), senza secondi fini, beninteso, ma per il piacere di fare due chiacchiere. Quando salutava lui, le partite incominciavano con spaventosi ritardi e parte dei fedeli sostenitori si allontanavano sconsolati prima del fischio d’inizio. Smise di giocare quando un severissimo direttore di gara, maniaco della puntualità, gli vietò di distribuire ai giocatori avversari un questionario conoscitivo (si era nel frattempo laureato in psicologia) sulle capacità e prestazioni sessuali di ognuno. Anche per noi fu una grande perdita, poiché dovemmo cambiare il saluto sociale e abitudini (sessuali, almeno, qualcuno di noi).

Devo dire che a causa di tutte le variazioni sul tema, oggigiorno il saluto ha perso molto della sua iniziale chiarezza; molto spesso infatti non si capisce il senso di quello che viene detto. Ma se questo da una parte mi induce a pensare che uno dei problemi più seri della nostra epoca è quello dell’incomunicabilità tra gli esseri umani (nonostante una palese e sbandierata dichiarazione di intenti), dall’altra no!.

E che dire dell’ultima tendenza, senz’altro salutare, del saluto? Alludo a quanti accomunano i Signori Arbitri ai giocatori avversari e salutano tutti. La trovo un po’ ruffianesca, una prova di scoperta piaggeria e non sono d’accordo. Non lo farò mai prima di un incontro; dopo è molto raro che io saluti gli arbitri (ognuno ci ha le sue abitudini); so di essere una persona scomoda, ma preferisco rimanere coerente con me stesso, visto che mi vivo addosso piuttosto che essere incoerente con i direttori di gara.

Oltre al saluto degli arbitri sono decisamente contrario a quella specie di assembramento circolare che le squadre hanno preso il vezzo di formare dopo il saluto classico e prima di iniziare la contesa, per caricarsi emotivamente, dice qualcuno. Intendiamoci, anche qui nulla di nuovo se andiamo a considerare i canti e gli slogan di guerra o le pitture facciali degli antichi guerrieri all’atto di affrontare il nemico. In questa situazione contingente trovo questo capannello di persone piegate in avanti con i sederi sporgenti in fuori, le teste tese a sfiorarsi tutte e i bastoni rivolti verso un punto comune dentro il cerchio stesso, leggermente comico.

Si è perso qualcosa e non lo si trova più?

Si ripassa la lezione di gioco dell’ultima volta?

Ci si saluta perché dopo, alla fine, tutti vanno di fretta e non c’è mai tempo?

Che altro, di grazia?

Una volta, sull’onda di qualche filmato importante, anche la mia squadra ha provato questa specie di mucchio selvaggio. Una pena che non vi dico! Nessuno sapeva che cosa dire e si andò avanti così per cinque minuti buoni in un silenzio da freezer finchè l’arbitro ci costrinse a sciogliere la seduta (in piedi) per manifestazione non autorizzata.

So di altri che durante questo nuovo rituale decidono che cosa fare il sabato sera o si scambiano pareri su come usare il nuovo software per il computer o gli ultimi arrivi nel negozio di moda che va per la maggiore.

L’amico di un mio amico riuscì a vendere la sua auto usata durante uno di questi crocicchi e per giunta ad un avversario, mandato dai suoi in missione spionistica nel cerchio avversario al fine di carpire chissà quali segreti di gioco. Ho sentito molti saluti hockystici, intendo grazie a Dio non ho problemi d’udito; alcuni li ho capiti, altri no; in italiano, in dialetto, pronunciati con pathos (Pathos Demetrios, giocatore cipriota di qualche tempo fa e non ho mai capito perché quando pronunciavi con lui lo facevi in modo speciale), con prosopopea (Prosopopea Anna, una giocatrice dal carattere impossibile), con gioia e indifferenza e gira che ti rigira l’unico che ricordo senza tema (e riassunto) di sbagliare è il sempre valido “Hip, hip … Hurràh!”

A chi non fosse ancora soddisfatto del proprio saluto sociale o stesse bregando per cambiarlo, dico di continuare a cercare e, a puro titolo di incoraggiamento, butto lì alcune idee:

1) “Salve!”
2) “Carissimi, che piacere rivedervi!”, per gli avversari già conosciuti
3) “Finalmente! E’ un sacco che non ci si vede, vi trovo in splendida forma”, corredato da undici mani sinistre che si portano dietro la schiena e fanno le corna
4) “Siamo proprio contenti di vedervi, ma non dovevate disturbarvi a venire, bastava un colpo di telefono”, usato con le squadre con le quali si vanta una tradizione sfavorevole
5) “Brekekè coax coax”, dalle “Rane” di Aristofane
6) “Ghilla grilla gallo
    Chi l’ha in ta testa
    L’è a so danno,
    Ghilla grilla gallina
    Chi l’ha in ta testa
    A l’è a sa rovina!”

Tema di avvertimento del lanciatore di grilla (sorta di rudimentale lippa), nell’atto di lanciare il proietto al compagno distante. Giocato a coppie o gruppi contrapposti, nei prati e nelle radure da giovani pastori e pastorelle. (Alta Val Bormida -Sv-, beh insomma alta, altina).

7) “E via di questo passo”

No, quest’ultimo non è un saluto ma un modo di dire, per lasciare un elenco lungi dall’essere esaurito.
A proposito, vorreste sapere qual è il saluto della mia società? No? Non ve ne importa un bel nulla? In tal caso un umile ma sincero saluto a voi tutti.

 

 


Chi è Luciano Pinna

Al ginnasio della sua città conosce l'hockey su prato.

E' la folgorazione, l'amore della vita, per seguire il quale passa da giocatore a tecnico, a dirigente sportivo nella società del Savona Hockey Club.

Inizia a raccogliere libri, poster, manufatti e altro ancora su questo sport, interessandosi alle sue origini, forme e fortune, finchè trova l'ardire di fissare sulla carta ricordi e sensazioni personali sull'hockey a Savona nel libello "Quei du Baccu".

E' un successo strepitoso. Sentendosi "investito" dalla responsabilità di squarciare i veli di ignoranza che volano bassi sul mondo dell'hockey su prato, persino tra gli stessi addetti ai lavori, ha dedicato una parte della sua vita a questa missione.

Questa pubblicazione ne è la lampante dimostrazione...